Questione immigrati e maranza

Il fenomeno dei cosiddetti “maranza” si trova all’incrocio di tre questioni che in Italia vengono spesso affrontate separatamente: immigrazione, seconde generazioni e sicurezza urbana. Il termine “maranza” non identifica una categoria giuridica né tutti i giovani di origine straniera, ma è diventato nel linguaggio comune un’etichetta associata a gruppi giovanili, soprattutto nelle grandi città, caratterizzati da specifici codici estetici e comportamentali e, in alcuni casi, coinvolti in episodi di violenza o microcriminalità.
Molti di loro non sono migranti arrivati recentemente in Italia. Sono seconde generazioni, ragazzi nati o cresciuti nel Paese, spesso italiani nella lingua, nella scuola e nelle abitudini, ma con una storia familiare legata alla migrazione.
È proprio qui che il fenomeno diventa politicamente rilevante. Una parte delle seconde generazioni vive una condizione particolare: non è più semplicemente legata al Paese di origine dei genitori, ma non sempre percepisce una piena appartenenza alla società italiana. In alcuni contesti questa distanza può intrecciarsi con periferia, disagio economico, difficoltà scolastiche, discriminazione percepita, ricerca di appartenenza e influenza dei social network.
Ridurre tutto questo alla formula “immigrazione uguale criminalità” sarebbe però una semplificazione. Il problema riguarda soprattutto il modo in cui una parte degli immigrati e una parte delle nuove generazioni costruisce la propria identità e il proprio rapporto con le istituzioni.
Ed è proprio su questo terreno che la politica si divide: da una parte chi interpreta il fenomeno principalmente come una questione di sicurezza e controllo del territorio; dall’altra chi lo considera anche il risultato di un problema più ampio di integrazione, periferie e opportunità sociali.
La vera questione, quindi, non è soltanto chi siano i maranza, ma cosa stia accadendo a una generazione cresciuta in Italia da famiglie arrivate attraverso la migrazione. Perché capire quella generazione significa capire anche una parte del futuro delle città italiane.



Sono d’accordo sul fatto che il fenomeno non vada confuso con l’immigrazione e che le condizioni sociali abbiano un peso. Però credo che ci sia anche il rischio opposto: spiegare troppo il comportamento attraverso il disagio e finire per togliere importanza alla responsabilità individuale. Se un ragazzo aggredisce qualcuno, commette una rapina o crea problemi nel quartiere, il fatto che sia una seconda generazione non può diventare una giustificazione. Integrazione e sicurezza non sono necessariamente due posizioni contrapposte: puoi lavorare sulle periferie, sulla scuola e sull’inclusione e allo stesso tempo pretendere che le regole vengano rispettate. Forse il problema è proprio riuscire a fare entrambe le cose senza trasformare una questione sociale in una guerra ideologica.
Secondo me il punto centrale è proprio non confondere il fenomeno dei “maranza” con l’immigrazione in generale. Sono ragazzi che, nella maggior parte dei casi, sono cresciuti qui e che quindi raccontano soprattutto una difficoltà della nostra società nel creare appartenenza e integrazione. Se un ragazzo nasce o cresce in Italia, parla italiano, va a scuola qui ma continua a sentirsi considerato “straniero”, è inevitabile che possa sviluppare una distanza dalle istituzioni e dalla società. Questo non giustifica la violenza o la criminalità, ma secondo me bisogna capire cosa c’è dietro, invece di limitarci a chiedere più controlli e più polizia.